Democracy dies in the darkness

«Democracy Dies in Darkness», cioè «La democrazia muore nelle tenebre», è il motto del famoso quotidiano americano Washington Post dal febbraio 2017, alcuni mesi dopo che Donald J. Trump diventasse il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America e che si aprisse un acceso dibattito tra quest’ultimo e tutto il mondo della stampa e dei media statunitensi.

Mi è capitato di leggerlo ogni volta che volevo informarmi sul sito del Post, ma mai come oggi quelle parole mi hanno colpito.

All’indomani dell’insurrezione al Capitol Hill del 6 gennaio scorso, molte persone, me compresa, si sono svegliate con la convinzione che qualcosa si fosse rotto, che un punto di non ritorno fosse stato tracciato nella storia delle democrazie occidentali.

Quello a cui abbiamo assistito è stato il momento culminante di quattro anni in cui il potere politico istituzionale americano, dominato dalla figura di Donald J. Trump, ha cercato incessantemente di minare le regole basilari di una democrazia di lungo corso.

Una democrazia da sempre elogiata dagli stessi cittadini degli US, chiaramente esemplificato nei loro film e nei loro libri, pensando che la loro forza all’interno dello scacchiere internazionale provenisse proprio dalla solidità del loro sistema istituzionale interno: due secoli e mezzo di transizioni pacifiche del potere, con la lenta ma inarrestabile espansione del diritto di voto, nonché una lunga e solida tradizione di dibattito civile, non era proprio una cosa da tutti.

Amanda Voisard/ The Washington Post

Questo era anche l’allure che, dopo il 1945, ha influenzato anche l’immaginario degli Stati dell’Europa occidentale, i quali, dopo aver subìto l’occupazione nazista, decisero di creare sistemi democratici, soprattutto perché volevano somigliare ai loro liberatori.
Nel 1989 i paesi dell’Europa orientale, dopo aver subito l’occupazione comunista, scelsero di diventare democrazie, poiché volevano entrare a far parte della grande alleanza democratica guidata dagli Stati Uniti.
Negli ultimi decenni questo trend è stato seguito anche da alcuni Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina proprio perché si vedeva nel modello americano l’approccio istituzionale migliore con cui dirimere i problemi interni senza dover ricorrere all’uso della violenza, ma implementando lo strumento delle libere elezioni.

Gli eventi del 6 gennaio 2021, invece, hanno mostrato tutte le fragilità di una democrazia che è arrivata stremata da un processo di radicalizzazione del dibattito politico iniziato, in realtà, molto prima del quadriennio della presidenza Trump, soprattutto nel campo del Partito Repubblicano (Newt Gingrich vi dice qualcosa? Qui per approfondire).
Questo fenomeno ha cambiato e lacerato il tessuto sociale americano portando, soprattutto sui social media, una larga parte dell’elettorato a mutare nei comportamenti rispetto alle istituzioni e alla collettività in generale, come dimostrano diversi studi.

Il ruolo dei social media, infatti, è uno dei temi principali che questa profonda spaccatura ha fatto emergere nel dibattito corrente, non solo negli Stati Uniti, ma anche nelle altre democrazie occidentali: con il blocco degli account del Presidente Trump si è aperto il dilemma della libertà di espressione legata alla sicurezza interna di uno Stato.
Questo sarà un tema sempre più dominante nelle discussioni sul ruolo dello Stato e delle piattaforme private dei social media.

I numerosi interrogativi che le scene viste a Washington DC hanno posto all’intero mondo occidentale sono immani e di non immediata risoluzione.
Stiamo entrando in una nuova era per il ruolo delle democrazie e il loro futuro: esse si trovano per la prima volta ad affrontare nuove sfide e vecchi spettri che, puntualmente, fanno riaffiorare antiche paure (il New Yorker ha da mesi aperto una parte del proprio lavoro proprio a dei contributi su questo tema: trovi tutto qui).

Il ruolo predominante degli Stati Uniti come attore internazionale è certamente stato messo in crisi dai già quattro anni di presidenza Trump che, in politica estera, ha sostenuto ferreamente il disimpegno nelle varie questioni di carattere sovrannazionale; con gli ultimi eventi molti detrattori e “nemici” degli US si sentono rinfrancati e più sicuri nella loro posizione. Abituati a usare la violenza per evitare un dibattito pacifico e un regolare trasferimento dei poteri, hanno osservato il presidente degli Stati Uniti comportarsi esattamente come loro.
A livello internazionale, pertanto, chi ne pagherà le conseguenze saranno proprio quelle democrazie che oggi sono scioccate da quelle immagini che si ritrovano ad avere un alleato in meno e diversi nemici in più.

Il lato positivo di questo momento, a mio avviso catartico, è che tutto l’Occidente si trova a valutare le conseguenze di decenni di globalizzazione, neo-liberalismo economico e iperconnessione tecnologica: anche l’Unione Europea deve rendersi conto che con l’amministrazione entrante di Joe Biden non si tornerà ad uno status quo ante Trump.
Tirare le somme dopo una pandemia e i primi cedimenti di una delle democrazie più importanti del mondo è quanto mai fondamentale per capire chi realmente siamo, cosa si è sbagliato e cosa ancora si può fare, senza cadere in facili analisi e banalità che, spesso, rendono opaca la realtà che abbiamo davanti.

L’opacità è quello che in questi anni ci ha fatto brancolare nelle tenebre e se «La democrazia muore nelle tenebre» c’è bisogno di una grande maturità che dipani le numerose ombre che attanagliano le nostre democrazie e capire che solo così si può sperare in un futuro ancora florido per i nostri sistemi politico-istituzionali.

Ps. Qualche giorno dopo l’insediamento di Trump scrissi qualcosa qui.

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