Un altro di quei post da intitolare “diario dalla quarantena” o “ai tempi del Coronavirus”

introspezione/in·tro·spe·zió·ne/
sostantivo femminile
1. L’osservazione dei fatti di coscienza, compiuta dal soggetto mediante la registrazione autonoma delle proprie esperienze.

Questa volta non mi va e non me la sento di proporre delle analisi politico-economiche.
Questa volta cerco di analizzare un soggetto sociale di più difficile comprensione: me stessa.
No, non ho scelto di essere autoreferenziale, ma semplicemente so che questo è un passaggio che toccherà fare a tutti, prima o poi, a seguito di quello che abbiamo vissuto.

La cosa che ci differenzia è che ognuno di noi può scegliere il modo con cui parlare a se stesso o parlare di se stesso agli altri.
Io a questo giro, non chiedetemi perché, ma ho scelto questa modalità qui.

Mi sono appena resa conto che alla fine il fatidico giorno del 18 maggio è alle porte e guardando alla finestra sul mio letto da adolescente, mi sembra essere tutto così surreale.
Mi sento strana, vuota, F3 perplessa, F4 basita.
Molti di noi hanno atteso questa data perché vista come un primo obiettivo per un agognato ritorno alla normalità: ma cosa sarà normale da domani in poi e quanto ci hanno cambiato queste lunghe settimane alle nostre spalle?

Beh, non so voi, ma nonostante tutti i buoni propositi, i vari “andrà tutto bene” e i proclami che si sono succeduti nei giorni di una nuova e alquanto strana routine, non penso che alla fine questo periodo mi abbia reso una persona migliore.

Sto bene e spero di non aver contratto o trasmesso inavvertitamente il virus, il che di questi tempi sarebbe già una gran cosa, ma mi sento come una malata che, a seguito di un delicato trauma è costretta ad un lungo periodo di riabilitazione.

Riabilitazione da cosa? Da chi? Da quarantena?

Ho letto molto, certo, ma spesso è venuto meno quel brio che sempre mi ha caratterizzato da ventitré anni a questa parte. Ho studiato poco e male, ho seguito le lezioni universitarie online, ma registrate perché, sapete, quelle on air così come le varie dirette faccio ancora fatica a seguirle da qui.

Ho avuto forti mal di testa a causa di un forte abuso da strumenti tecnologici e la mia vista sembra essere sensibilmente peggiorata.

Non ho mangiato molto, anzi sono anche dimagrita smentendo il trend nazionale.

Ho affrontato i momenti più drammatici di questo delicato pezzo di storia nazionale confrontandomi costantemente con i miei genitori che avevo dimenticato quanto fossero fantastici come “coinquilini”. Sì, questa sembra essere la nota più positiva di tutto l’ambaradan.

Ho visto una delle mie nonne solo a Pasqua, l’altra non la vedo fisicamente dalle vacanze natalizie perché è in cura presso una RSA – sì, proprio quello stesso acronimo che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi con nostro immenso sconforto – .
Continuerò a non vederle se non da lontano, per mia scelta.

Non ho visto parenti. Amici. Fidanzati o chicchessia.

Spesso mi sono anche dimenticata di sentire qualcuno, perdonatemi, ma c’è stato un momento in questo tempo dilatato nel quale non sapevo più cosa raccontare agli altri, figurarsi a scrivere così senza un motivo apparente.

Non sapevo nemmeno cosa raccontare a me stessa.
In realtà spesso ancora non so cosa raccontarmi.

Mi ero ripromessa a inizio marzo che questo periodo non avrebbe minimamente intaccato le mie relazioni interpersonali: invece, volente o nolente, cambiamo noi, figuriamoci gli altri.
Probabilmente ero stata pretenziosa, certo, ma a “fine quarantena” mi rendo conto di quanto sia stata ingenua a cercare di far rimanere tutto così com’era mentre la prima persona che cambiava ero io.

Sono talmente cambiata che molto probabilmente, contingenze permettendo, partirò per l’estero per un periodo: me lo avreste chiesto anche solo a febbraio scorso vi avrei dati per matti.

A voi che starete leggendo queste righe tutto questo molto probabilmente non interessa: tutte le cose che mi sono girate intorno, le cose che ho fatto e le cose che non ho fatto, le persone che ho perso e quelle che ho ritrovato, ma so che anche voi avete attraversato una fase – so che va molto di moda in questo periodo questo termine – delicata e difficile.
Non dirò mai “vi posso capire”, ma piuttosto vorrei che queste mie parole che sto battendo al computer in un mood molto joyciano, vi trovino in una condizione psicofisica accettabile.

Da domani non si apre una nuova fase come se si aprisse semplicemente la porta di casa.
Da domani dovremo iniziare un percorso in cui l’empatia dovrà essere il nostro antidoto contro la paura che sarà sicuramente la nostra più fedele compagna nei mesi che verranno.
Sarà difficile, non sono molto ottimista a questo giro e spero vivamente di sbagliarmi.

Da domani dovremo fare tutti i conti con noi stessi e con gli altri cercando una nuova normalità in un periodo anormale, provando però, questa volta, me compresa, di uscirne davvero persone migliori.

Mi mancate tanto e spero di ritrovare presto l’umanità di ognuno di voi.

È solo un momento di crisi di passaggio che io e il mondo stiamo attraversando.

Le Luci della Centrale Elettrica, I destini generali, Costellazioni – 2014

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