Ungheria: il percorso autoritario è così inevitabile come sembra?

Con 137 voti a favore e 53 contrari, l’ Országgyűlés (il parlamento ungherese) ha approvato nei giorni scorsi la ‘Legge di autorizzazione’ che assicura al primo ministro Viktor Orbán pieni poteri per poter ufficialmente contrastare il coronavirus. Orbán potrà anche imporre una “pausa forzata” dei lavori parlamentari, se lo riterrà opportuno, cambiare o sospendere leggi attualmente in vigore e bloccare le elezioni. Spetterà al capo del governo, inoltre, stabilire la durata dello stato di emergenza deciso a causa del propagarsi del Covid-19. Sono, infine, previste pene detentive che vanno da uno a dieci anni per chi dovesse diffondere false notizie e la nuova legge prevede, inoltre, fino a 8 anni di carcere per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità. La richiesta dell’opposizione di inserire nel testo il limite massimo di novanta giorni è stata respinta dall’uomo forte d’Ungheria.

Dal punto di vista sanitario, le cose non si presentano meglio: in Ungheria finora sono stati certificati 525 casi di contagio e 20 morti (fonte non ufficiale del governo, http://pandemia.hu/).
Ma i dati reali potrebbero essere molto più alti.
Al personale sanitario mancano tute, guanti e mascherine e non ci sono apparecchi di respirazione sufficienti a garantire i servizi minimi essenziali agli abitanti nel caso in cui l’epidemia dovesse diffondersi.
Come se non bastasse, le politiche del governo nazionalista hanno spinto molte persone, medici compresi, ad abbandonare il paese. Una buona fotografia del sistema sanitario magiaro è ben scattata dalle classifiche europee, dove è uno dei Paesi con il peggior ranking del sevizio sanitario pubblico.

Se nel resto d’Europa in molti hanno dovuto varare misure straordinarie e temporanee limitazioni della libertà come il confinamento, la svolta di Budapest preoccupa perché approfondisce un solco già profondo nei non sempre facili rapporti con Bruxelles.

In una conversazione privata a margine di un incontro pubblico, lo scorso settembre, lo scrittore ungherese András Forgách aveva usato parole nette che ben descrivono la situazione politica ungherese: “Viktor Orbán ha costruito un sistema in base al quale, in ogni momento e senza nessuna opposizione, può trasformare il paese in una dittatura”.

Perché l’ultima mossa di Orbán è solo il culmine di un percorso autoritario che dura da anni, che si è svolto sotto lo sguardo spesso disinteressato delle opinioni pubbliche europee e contro il quale finora le istituzioni comunitarie non hanno saputo, o voluto, trovare una risposta efficace. Penso soprattutto alla delicata cronistoria dell’ adesione al Partito Popolare Europeo di FIDESZ, convivenza che inevitabilmente, dopo questo avvenimento, sarà tutt’altro che facile.

Dopo dieci anni di riforme illiberali, di attacchi alle garanzie democratiche, di brutale propaganda sulla pelle di migranti e minoranze in tutti i livelli di pubbliche elezioni, di demolizione della libertà di stampa e di insegnamento, la decisione di proclamare uno stato di emergenza illimitato per consentire all’esecutivo di scavalcare il parlamento e di governare per decreto, è stata presa senza ascoltare le proteste dell’opposizione.
Ma non è tutto qui: la netta chiusura del governo fa immaginare che in caso di problemi seri per il paese, la responsabilità potrà essere scaricata sull’irresponsabilità dei dissidenti e sul loro no all’unità nazionale.
Tutto questo è avvenuto attraverso un meccanismo formalmente ineccepibile. E il vero problema sta proprio qui: non tanto nella convocazione di uno stato d’emergenza indefinito, ma nel meccanismo che lo ha reso possibile, giuridicamente.
È necessario sottolineare come la molto criticata legge elettorale ungherese è stata varata nel 2011, sempre dal governo Orbán, ed entrata in vigore l’anno successivo per essere utilizzata per la prima volta per le elezioni del 2014 prevede un turno unico ed un sistema misto, proporzionale e maggioritario, con una maggiore incisività del secondo sul primo.
Infatti, 106 deputati (pari al 53% del totale) vengono eletti in collegi uninominali secchi, nei quali il candidato che ottiene anche solo un voto in più rispetto ai contendenti vince la competizione.
D’altra parte, i restanti 93 seggi vengono assegnati col metodo proporzionale e su base nazionale, in cui i partiti presentano i propri candidati in listini bloccati. Inoltre, è da sottolineare come dal 2012 non esista più un quorum per convalidare le elezioni, mentre la legge elettorale precedente prevedeva che almeno il 50%+1 degli elettori dovesse recarsi alle urne affinché le elezioni fossero valide.

La legge sarebbe il prodotto della schiacciante maggioranza riportata dal partito di Orbán, il FIDESZ, nella legislatura 2010-2014, la quale ha visto i due partiti di governo come soli sostenitori della legge, con tutto il resto dell’arco costituzionale su posizioni estremamente contrarie.

Le maggiori critiche riguardano i seggi distribuiti col metodo maggioritario a turno unico in collegi uninominali. I collegi sono stati infatti ridisegnati nel 2012 e sono stati aspramente criticati dai partiti di opposizione che accusano il governo di aver disegnato i nuovi collegi in maniera tale da favorire il FIDESZ.

Quindi il governo espressione dell’Ungheria è sì legittimamente uscito dalle urne, ma con un sistema elettorale tutt’altro che limpido.

Che il Coronavirus possa essere un agente patogeno in grado di far “ammalare” anche le democrazie?
L’Unione Europea attraverso il comitato europeo per le libertà civili ha chiesto che la Commissione apra un’inchiesta sul ‘caso ungherese’ e sulla possibile violazione dell’articolo 2 del trattato europeo, che impone agli stati membri di tutelare al loro interno i diritti fondamentali e i principi democratici.
Ma, almeno finora, la presidente Ursula von der Leyen si è tenuta cauta, limitandosi a un generico richiamo ai paesi membri ad adottare “misure di emergenza limitate a quanto è necessario e strettamente proporzionato” per cercare di conciliare le necessarie misure urgenti per combattere l’emergenza del Covid-19, senza per questo rinunciare ai principi democratici alla base dell’Unione Europea e delle Costituzioni dei singoli Stati.

Quello che mi sento di dire è che una linea difensiva, miope, che giustifica e prende a modello quello che sta succedendo in Ungheria come possibile soluzione per affrontare al meglio l’emergenza globale che stiamo vivendo è inconcepibile: Orbán con un alibi che ha seguito un iter teoricamente legittimo, ha raggiunto un obiettivo prefissato da tempo, ovvero quello dello scardinare le impalcature democratiche dell’Ungheria a favore di un accentramento di poteri incompatibile, fortunatamente, con tutti gli assetti democratici che possono essere definiti tali.

Per questo agli ottimisti vorrei ricordare, grazie anche al report di Amnesty International, che lo stato di emergenza legato all’immigrazione ungherese è attivo dal 2015 ed è stato prorogato numerose volte, l’ultima delle quali il 5 marzo scorso: un precedente importante che può far capire perché la situazione magiara debba essere quanto mai tenuta sotto controllo.

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