Sul Coronavirus

“Andrà tutto bene alla fine. E se non va bene, non è la fine”.

Quanti, prima che la bolla del Covid-19 scoppiasse, avevano ipotizzato che si arrivasse allo scenario che adesso è diventata la nostra quotidianità? Io, ad esempio, no.
Ammetto che una situazione del genere non era proprio plausibile nel mio immaginario, infatti qualche giorno prima del lockdown ero all’estero, eppure oggi siamo qui a raccogliere i cocci di una situazione più grande di noi (per citare indirettamente Zerocalcare) che ci vede sofferenti, timorosi, arrabbiati per l’incertezza che caratterizza questo tempo, ma anche speranzosi che prima o poi tutto questo possa finire nel migliore dei modi.

Dunque, sul Coronavirus.
Tanto si è detto e tanto si dirà ancora e il mio vuole essere solo un tentativo di dare un parere personale a qualcosa che accomuna tutti in modi analoghi, seppur diversi.

David Quammen, divulgatore scientifico americano, primo nella classifica dei libri più venduti con il suo Spillover (2012), in un articolo pubblicato sul New York Times il 28 gennaio scorso, ha spiegato la pandemia nel modo più semplice possibile: il tutto può essere anche incominciato con il pipistrello nella caverna dello Yunnan, ma è l’azione dell’uomo ad aver avuto l’effetto che ha provocato la diffusione del virus.

Procedendo con ordine, lo scrittore traccia una cronologia del “nCoV-2019” che fatto la sua comparsa accertata nel “primo” focolaio nel mercato di animali di Wuhan in Cina alla fine del dicembre scorso.
I ricercatori si sono resi conto che il nuovo bacillo patogeno appartiene ad una vasta famiglia di virus noti per aver causato malattie come, ad esempio, la Sindrome Respiratoria Mediorientale (MERS), in risalto nel 2012 nella penisola arabica e la Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS) fra il 2002 e il 2003, sempre in Cina.

Il nuovo apporto scientifico rilevante è stato dato da Zheng-Li Shi, dell’Istituto di Virologia di Wuhan, che insieme ai suoi collaboratori nel 2005, ha mostrato come l’agente patogeno della SARS fosse un virus legato alla specie del pipistrello (che ricordiamo essere mammiferi, proprio come gli umani), ma successivamente si è traslato (spilled over) nella specie umana: infatti, lo spillover effect è il termine con cui i microbiologi indicano il passaggio di un patogeno da una specie ospite all’altra (da animale ad uomo come nel nostro caso).

Quammen, inoltre, afferma di essersi confrontato con Peter Daszak, presidente dell’EcoHealth Alliance e uno dei più longevi collaboratori del dott. Shi, che ha incentrato la propria analisi proprio tra la connessione probabile di “un salto di specie” di questi virus: “Sono quindici anni che cerchiamo di accendere un riflettore sulla pericolosità di questi virus” ha affermato Daszak.

Ora, in sintesi, quello che gli scienziati hanno cercato di affermare è che il Coronavirus non sarà né il primo né l’ultimo virus potenzialmente pandemico.
Quello che ha colpito la mia attenzione è stata sicuramente un’ipotesi plausibile sottolineata da Quammen (come chiaramente detto nelle scorse settimane sia a Che Tempo che Fa che al Manifesto) secondo cui lo spillover effect sia potuto verificarsi grazie all’impatto dell’uomo all’interno dell’ecosistema.

Queste contingenze impattanti includono politiche economiche non più sostenibili a livello ambientale, la distruzione delle foreste tropicali e l’abbattimento di numerose specie di flora e fauna che potrebbero essere i soggetti ospiti di nuovi e più pericolosi agenti patogeni alla scienza ancora sconosciuti.

Sì, penso che ci possa essere una correlazione tra l’inquinamento dell’aria e i danni ai polmoni e alle vie respiratorie delle persone e quindi la loro suscettibilità a questo particolare virus. Credo che questa sia una domanda importante. Non abbiamo ancora risposte certe ma è una domanda che merita ricerca e attenzione”, aggiunge il divulgatore statunitense.

Questa possibile correlazione deve indurre ad una seria riflessione sul modello di vita che da oggi in poi dovremmo adottare: modelli economici senza controllo che sacrificano la prospettiva di un’evoluzione sostenibile non sono più applicabili.

Non sono applicabili in un mondo inter e post Coronavirus.

Nel mentre non è più sostenibile un modello economico egoistico che non preveda la solidarietà tra Stati, tra comunità, proprio perché il gettito di questo fenomeno accomuna e accomunerà l’intera umanità: seguire il dibattito politico internazionale, in particolare quello europeo, in questi giorni crea forti perplessità su come si vuole agire per arginare questa crisi in primis sanitaria e, di conseguenza, economica.

Sono scettica e ammetto di essere disillusa.

Disillusa perché negli scorsi anni, per non dire decenni, si sono verificati numerosi tagli a finanziamenti, sacrificando un comparto che ad oggi sembra essere essenziale: mi riferisco alla sanità pubblica, al mondo della ricerca e dell’istruzione, forse perché all’epoca si pensava che non fosse una priorità nell’agenda di un governo e di un modello di sviluppo che mirasse al progresso economico.

Nonostante questo, voglio sottolineare che in un mondo chiuso nella paura, nel quale il tempo viene scandito dagli annunci di dati sui morti quotidianamente, degli spiragli di luce ci sono.

Spiragli di luce, questi, da portare nel futuro mondo del post: la solidarietà di attori che prima vedevamo lontani dai nostri modelli culturali di riferimento, ma che oggi sembrano essere più sensibili rispetto a tanti altri, nonché la riflessione sui nuovi modelli sostenibili da attuare.

Già, perché sembra che sia sotto gli occhi di tutti che non tutto è sacrificabile sull’altare dell’economia: ci sono dei valori, imprescindibili, che vanno al di là della mera quantificazione economica e che ci rendono umani nella concezione dell’humanitas delineata da Seneca.

Che questo periodo buio e oscuro possa far fiorire una nuova luce che ci faccia riscoprire il vero senso alla base della nostra effimera esistenza.

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